L’Italia non è l’America: più impaurita che indebitata
Il 2008 sarà ricordato come uno degli anni peggiori dal Dopoguerra per quel che riguarda l’andamento dei mercati finanziari e dell’economia reale. Una annata "orribile" che però ha la sola colpa di essere stato il momento in cui è esploso il vulcano creando effetti devastanti a catena sulle economie nazionali sempre più interdipendenti. La crisi che stiamo attraversando non è riducibile a una "influenza passeggera": ha radici molto profonde che si sono sviluppate in 25 anni nei quali è stato predominante il modello americano basato sulla logica del libero mercato senza regole. In effetti, una regola elevata a "quasi ideologia" è stata imperante: consumare indebitandosi. Tale logica che per nostra fortuna non è stata pienamente recepita dall’Europa e in particolare dal nostro Paese viene sintetizzata con estrema chiarezza da Bauman che in un brano del suo ultimo lavoro scrive: "Un debitore che vuole restituire naturalmente il suo debito è sospetto, rappresenta l’incubo dei prestatori. Per la moderna finanza non è di alcuna utilità perché il debito riciclato per essa rappresenta la fonte primaria del suo costante profitto". Alla base dell’indebitamento "indotto" dal sistema vi è la cultura del consumo di massa, anche di lusso che in questi anni è stata vincente. Rispetto al passato si è affermato un modo molto diverso e diffuso in tutte le fasce di reddito di consumare beni e servizi che non dipende più da calcoli preventivi su qualità e prezzo o sulla prestazione dei prodotti, ma da forme del desiderio e sistemi di valori indotti del tutto avulsi dalla materialità delle cose. Non si acquista più secondo bisogni e capacità economiche, ma in base all’esigenza di crearsi una identità derivante dai prodotti consumati. La crisi attuale non è quindi solo crisi economica e finanziaria, ma è soprattutto crisi di valori etici. Per questi motivi la crisi deve essere vissuta come occasione per ridefinire un nuovo modello di sviluppo che sfrutti e consumi le risorse ad un ritmo inferiore al loro rinnovamento per poter realizzare una modalità di crescita sostenibile. L’anno che stiamo per iniziare sarà ancora più doloroso. La stretta creditizia rischierà di acuirsi. La domanda aggregata sta scendendo più velocemente dell’offerta con una probabile riduzione dei prezzi; pertanto si andrà verso un’inflazione più bassa, ma per questa via c’è anche il rischio di una fase di deflazione. Ma i dati del Censis dimostrano che l’Italia può farcela. Il 50% delle famiglie non ha veri problemi finanziari. Siamo un Paese più impaurito che indebitato, pertanto è doveroso far ripartire i consumi anche quelli abituali che in un futuro dovranno cambiare, facendo prevalere razionalità e responsabilità. Incontrando le nostre imprese cogliamo invece preoccupazione, ma anche tensione positiva. Noi dobbiamo accompagnarle e assisterle: a) per abbassare il punto di pareggio e non essere costrette a legare la loro sopravvivenza sempre e solo alla crescita; b) per renderle più flessibili nell’organizzazione del lavoro; c) per aiutarle a costruire reti di impresa per affrontare con maggiori possibilità di successo le sfide dei mercati. Sappiamo di dover affrontare un percorso difficile, ma siamo convinti che la ridefinizione di un nuovo modello di sviluppo può riportare la piccola impresa manifatturiera, dei servizi e commerciale, l’artigianato, il lavoro autonomo di seconda generazione ad essere i protagonisti centrali del cambiamento. Non a caso, sempre secondo il Censis, questi soggetti che noi da sempre rappresentiamo, sono i veri punti di forza del sistema Paese: sono parte dell’economia reale che supera quella finanziaria; sono il motore dell’attività manifatturiera che li vede secondi solo alla Germania; hanno conquistato nicchie importanti di mercato mondiale, rappresentano il familismo economico; sono protagonisti del localismo distrettuale e territoriale. Al Governo e alla politica in generale chiediamo del agire con interventi appropriati. Quello a cui abbiamo assistito sino ad oggi sono titoli importanti, ma vuoti nella concreta attivazione: vedasi l’Iva da versare solo all’incasso (non si conosce il volume d’affari per poter usufruire della disposizione) o l’acconto Ires, spostato di un solo mese. L’unica cosa certa riguarda il taglio per gli investimenti legati alla riqualificazione energetica (detrazione fiscale del 55%). Ma serve molto di più. Lo chiedono le imprese. Lo chiedono i risparmiatori. Lo chiedono i consumatori. Perché la crisi economica prima o poi fa male a tutti |